QUALE SALUTE, QUALE LAVORO Prima i lavoratori o prima le aziende?

Se le aziende, al proprio interno,  ignorano le persone che stanno male possono o potranno mai produrre bene?  Domanda retorica, lo so … eppure, in diverse occasioni, con questo interrogativo, mi sono, a volte, posta nella posizione scomoda di sembrare che volessi provocare il mio interlocutore aziendale o forse, a dire il vero, lo provocavo a mia insaputa e, alla fine, ricordo di aver, assai raramente, ricevuto una risposta sensata.

Beh, certamente  le persone non andrebbero ignorate però i motivi economici impongono, spesso, di guardare al profitto aziendale e non è possibile, spesso, dedicarsi a questi aspetti”, come dire che le aziende non possono perdere tempo,  che il contenitore azienda va avanti per inerzia,  ugualmente,  quasi senza “persone lavoranti” . 

Senza leggere alcuna ricerca, questa banalità è facilmente smentibile da ognuno di noi immediatamente, semplicemente recandosi ad un supermercato e valutare se si è disposti a comperare ancora qualcosa nel caso in cui la commessa tiri con rabbia il barattolo, da noi comprato, lanciandolo nel carrello allo stesso modo di quando la commessa persona lavorante, invece,si mostri intenzionata a salutarci o addirittura a sorriderci.

Nel porre la mia domanda retorica, spesso ho sofferto di solitudine, sono rimasta senza una risposta vera e , un poco alla volta ho iniziato a pensare che forse avrei dovuto parlare di più con chi si intende di salute, ad esempio con i medici del lavoro che avrebbero certamente capito il mio discorso.

A quel punto, diversi anni fa,  ho scoperto un mondo a me sconosciuto, fatto di visiotest, di spirometrie, di analisi del sangue, medici molto bravi e altri invece che avevano un approccio verso la salute antico quanto la nascita della medicina industriale.

In diverse occasioni, lo confesso, mi sono spaventata perché ho sentito di essere il famoso pesce fuor d’acqua.

In molte aziende quando si effettua la sorveglianza sanitaria, ancora pochi medici si rivolgono agli psicologi, per redimere questioni legate all’integrità della salute psico-fisica (parolaccia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità), anche solo per un confronto professionale.

Che si tratti di rischio psicosociale o di malattia psicosomatica o di paziente psichiatrico il dilemma di come emettere il giudizio di idoneità esiste ma nella cartella sanitaria la parola psiche è quasi bandita, “wanted” a dirla tutta.  

Tuttavia testarda, io, nel voler comprendere il perché delle cose, ho dedotto che il problema alla base non potesse essere solo economico e si sono affacciate, nella mia mente, tante parole tra cuiresistenza culturale.

Colpa della medicina del lavoro? Colpa degli Psicologi ? Colpa di A. Hitchcock che ci ha lasciato nella testa l’immagine di un inconscio Freudiano a forma di killer psicopatico?

Non saprei…ma da Psicologa,  potendomi avventurare sul mio terreno e meno altrove, ho ipotizzato che il compito maggiore spetti alla Psicologia, che si possa e si debba fare ancora un passo in più verso la medicina del lavoro, che si possa proporre una  semplificazione, laddove possibile, su come intervenire nel concreto,  purché restando professionalmente seri nei metodi applicati.

La Psicologia del lavoro può e deve dialogare di più con la Medicina del lavoro e i Medici e gli Psicologi, entrambi professionisti della salute, possono fare ancora molto di più per la salute delle aziende, non solo nelle aziende.

Nel tentativo di superare il dualismo mente-corpo a favore di una visione olistica, ritengo che il miglioramento della Qualità della Vita rappresenti un orizzonte all’interno del quale sia possibile programmare interventi di tipo sociale, psicologico e medico.

Le misure Ql (quality of life) sono poco applicate, forse, dagli psicologi per primi ma potrebbero rilevarsi utili per comprendere gli aspetti di percezione soggettiva che costituiscono le vite dei singoli casi esaminati. 

Tali misure di qualità di vita, rispetto alla salute, sono, a volte, utilizzate nella pratica medica clinica, nei reparti ospedalieri oppure in ambito di ricerca ma per nulla o quasi nelle aziende.

Cercando di sostenere l’operato del medico del lavoro e senza entrare eccessivamente nell’ambito psicodiagnostico, cosa che spaventa , ancora molto, le aziende, usare strumenti pratici di misurazione della Qualità della Vita permetterebbe forse anche di effettuare confronti socio culturalmente diversi.

Senza entrare troppo nel dettaglio tecnico, analizzare e registrare la qualità della vita così come è percepita dal soggetto è certamente possibile con riferimento ad alcuni ambiti:

  1. la salute fisica,
  2. la salute psicologica,
  3. le relazioni sociali,
  4. le condizioni ambientali. 

Per ognuno di questi ambiti, la persona potrebbe essere invitata a fornire elementi al medico del lavoro tramite un semplice questionario che presenti:

  1. facilità di somministrazione a livello individuale  nell’ambito della sorveglianza sanitaria e non nell’ambito della valutazione “ oggettiva “ su gruppi omogenei del rischio stress lavoro correlato,
  2. caratteristiche interessanti per i contesti di lavoro legati alle variabili relazioni sociali e condizioni ambientali,
  3. semplicità nell’essere uno strumento non troppo intrusivo (come i test proiettivi o di personalità),
  4. possibilità di acquisire dati sulla qualità di vita inerenti l’abilità di spostarsi, la capacità lavorativa (area fisica ), 
  5. capacità di raccogliere dati sulla sicurezza ed incolumità fisica, utilizzo dei trasporti, opportunità di acquisire nuove abilità, risorse finanziarie ecc (per l’area dell’ambiente),
  6. allo psicologo del lavoro, che voglia collaborare con il Medico Competente, di avere dati sulle emozioni positive, la capacità di concentrazione, l’autostima, l’immagine corporea, le emozioni percepite come negative, le convinzioni personali, senza fare diagnosi clinica e dando indicazioni di benessere o malessere,
  7. la possibilità di accostarsi bene a quei contesti aziendali che utilizzano le norme Iso o che fanno riferimento a standard internazionali di gestione della sicurezza.

Il futuro del lavoro è nella salute? domanda meno retorica, forse.  

Indubbiamente le aziende che mostrano interesse per le persone lavoranti al proprio interno, sono aziende che forse non chiudono la saracinesca per la crisi economica, conoscono il motore che le fa camminare bene e che le fa raddrizzare, subito, il tiro della produttività quando qualcosa là fuori va male.

Questa rivoluzione culturale, ossia parlare di psiche nelle aziende senza pensare ad Hitchcock,  comporterebbe la comprensione dei processi interni che si attivano, la capacità di leggere e governare le esperienze dei singoli lavoratori, l’integrazione, nei contesti organizzativi, di strumenti nuovi per conoscere il proprio patrimonio interno fatto di persone, la possibilità di concepire l’azienda come una presenza accudente, capace di coniugare protezione e prevenzione della salute … dei lavoratori?

No, ovviamente dell’azienda!

Fonti:

Questo articolo è riportato sul sito personale https://www.flaviamargaritelli.com ed anche sul sito https://www.osas.tv nell’ottica di far circolare idee e non certamente di dare un contributo alla ricerca.

Tuttavia spunti personali di conoscenza sugli strumenti di qualità della vita sono stati presi dal bellissimo libro da De Girolamo G., Becchi A., Coppa F., De Leo D., Neri G., Rucci P.& Scocco P. (Ed) (2000). Salute e Qualità della Vita. WHOQoL. La Valutazione della Qualità della Vita. Centro Scientifico Editore: Torino.

Siti di interesse costante:

www.oms.it

www.iss.it/whod/

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Un pensiero riguardo “QUALE SALUTE, QUALE LAVORO Prima i lavoratori o prima le aziende?

  1. Le mie esperienze lavorative si basano tutte su rinunciare alla dignità, alla salute, alle più basilari norme, al non rispetto delle leggi sul lavoro e al completo disinteresse per il benessere psicofisico di chi lavora. Mobbing orizzontale e verticale non sono solo tollerati ma anche incentivati. Esistono aziende che fanno il contrario? Sicuramente, ma sono più rare degli unicorni.

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